Il viaggiatore è originario di terre pianeggianti, laggiù molto a sud, e sapendo ben poco di questi monti se li aspettava più grandi.
Tutte le strade portano a Sintra. Il viaggiatore ha già scelto la sua. Quello lassù è il palazzo. Visto da lontano, possiede una certa grandiosità. I torrioni circolari, dalla caratteristica piattabanda, seducono gli occhi, e la bordatura degli archi si smaterializza nella distanza.
Spiegare Pàlacio da Pena è un'avventura nella quale il viaggiatore non si imbarcherà. E' tuttavia vero che, senza il Pàlacio da Pena, la serra de Sintra non sarebbe quella che è. Il palazzo si presenta come un affioramento particolare della stessa massa rocciosa che lo sostiene. E questa è certo la miglior lode che si possa fare ad un edificio che, nelle singole parti, è caratterizzato, come hanno scritto, "da fantasia, incoscienza, cattivo gusto, improvvisazione".
Dopo aver dato uno sguardo da quassù al Castel dos Mouros, il viaggiatore si ritiene soddisfatto. Del resto, generalmente i castelli è bene vederli da fuori, e questo, tanto grazioso a distanza, va visto così: emblematicamente. Viaggiare significa scoprire, il resto significa semplicemente trovare. Insomma, andiamo avanti, che c'è Lisbona.
Il viaggiatore risale per una di queste vie commerciali, con negozi in ogni porta e banchetti che fungono da negozi, e immagina quale Lisbona ci sarebbe adesso se non fosse venuto il terremoto. Urbanisticamente, che cosa si è perduto? Che cosa si è guadagnato? Si è perduto un centro storico, se ne è guadagnato un altro che, con il passare del tempo, lo sarebbe diventato.
Il viaggiatore è andato al Bairro Alto. Chi non ha altro da fare alimenta le rivalità popolari fra questo quartiere, il Bairro Alto appunto, e Alfama. E' tempo perso.
Fatto sta che Alfama e il Bairro Alto sono agli antipodi, nell'aspetto, nel linguaggio, nel modo di camminare per la strada o di stare affacciati alla finestra
in una certa alterigia presente in Alfama e che il Bairro ha scambiato per sfrontatezza.
La chiesa de Jesus, con l'adiacente monastero, passa per essere il più bel monumento della città. Forse promette da fuori qualcosa che poi non offre dentro: la facciata, semplice e armoniosa, non lascia prevedere le artificiose colonne tortili che sostengono le volte a cassettoni.
Non è la prima volta che il viaggiatore incontra questo tipo di colonne, e le ha sempre ammirate tranquillamente, arrivando perfino ad applaudirle.
Qui deve averlo colpito l'effetto inatteso. A tal punto che, dopo essere uscito dalla chiesa, vi è rientrato per vedere se l'impressione si ripetesse. Si è ripetuta.
E' come il Tago uscito da Alhandra. I fiumi, come gli uomini, solo in prossimità della fine vengono a sapere perchè sono nati. E adesso il viaggiatore prosegue per Coimbra.

Coimbra, città di provincia con due teste, una propria e l'altra aggiunta, zeppa di sapere e di qualche immateriale prodigio.
La successione degli archi è come uno specchio infinito e l'atmosfera è tanto densa, tanto misteriosa che il viaggiatore non si meraviglierebbe affatto se vedesse comparire se stesso laggiù in fondo.

Dal dito si riconosce il gigante, dalla facciata il gesuita. Grande cultore di scolastica, supremo definitore del distinguo, il gesuita ha trasposto nelle architetture quella sua peculiare intelligenza raziocinante che soggiace ai pregevoli culteranismi nei quali, avviluppando, si avviluppa.
Il viaggiatore si vede lì, nel Patio das Escolas, circondato da scienza ovunque e non osa andare a bussare alle porte, a chiedere l'elemosina di un sillogismo.

Il viaggiatore ha calcolato il tempo e i movimenti, ha tracciato mentalmente un arco, il cui centro è costituito da questo spiazzo, e ha scoperto che tutto quanto vorrebbe vedere di Porto sarebbe delimitato da quest'arco.
Oppure il viaggiatore, da strette imboccature chiuse da muretti, può affacciarsi all'aria aperta e avere l'illusione che Porto sia Ribeira.
Dal dito si riconosce il gigante, dalla facciata il gesuita. Grande cultore di scolastica, supremo definitore del distinguo, il gesuita ha trasposto nelle architetture quella sua peculiare intelligenza raziocinante che soggiace ai pregevoli culteranismi nei quali, avviluppando, si avviluppa.
E' ora di pranzare e, se possibile, comodamente. Il viaggiatore non potrà certo lamentarsi del vitto.
Se il viaggiatore avesse tempo dovrebbe ricercare la Coimbra naturale
Il viaggiatore, tuttavia, non è venuto fin qui per compiere dei volteggi tanto temerari.
E' un viaggiatore, un tipo che passa, un uomo che passando ha guardato
e in quel suo modo rapido di passare e di guardare, che è solo una superficie, deve poi ritrovare i ricordi delle correnti profonde.
Saranno pure dei volteggi ma nel campo della sensibilità. Insomma, questa è l'Università di Coimbra.
A questa vigliaccheria si aggiunga la convinzione che l'Università non è Coimbra.
Se ne va via sconfitto, vinto, rattristato dal fatto di aver osato così poco, un viaggiatore che ha percorso valli e montagne e qui, in terra sapiente, si allontana rasente ai muri come se volesse sfuggire ai lupi.
Il viaggiatore ha calcolato il tempo e i movimenti, ha tracciato mentalmente un arco, il cui centro è costituito da questo spiazzo, e ha scoperto che tutto quanto vorrebbe vedere di Porto sarebbe delimitato da quest'arco.
Porto è uno stile di colore, un'armonia fra il granito e i colori della terra che il granito accetta, a eccezione dell'azzurro se con il bianco trova un equilibrio nell'azulejo.
Nei quartieri di costruzione recente non vale la pena di andare a fare domande, nei sobborghi malfamati non è piacevole nè comodo andare a cercare risposte.
Il viaggiatore, questo o qualunque altro, ha la buona giustificazione che la sua è una ricerca di bellezza e grandiosità.
E allora le cerchi pure, purchè non dimentichi che nel mondo non mancano nè le bruttezze nè le miserie
Il viaggiatore va a contemplare i tetti di Barredo. Si allontana dal piazzale per vederli più da vicino, per tentare di immaginare le vie fra quel pò che fuoriesce dalle facciate.
In definitiva Porto, per fare onore al proprio nome, è prima di tutto quest'ampia insenatura aperta verso il fiume, ma che solo dal fiume si vede
Tiene in spalla la macchina fotografica di cui non si serve. Si sente seguito dallo sguardo di coloro che lo vedono passare, o forse è una sua impressione, forse è proprio dentro di sè che qualcuno lo sta guardando, con curiosità.
Il pomeriggio sta per concludersi, fra poco sarà buio, le ombre si stanno allungando. E quando, dopo aver risalito la strada dall'altro lato e aver concluso il viaggio, guarda di nuovo il mondo, pensa di aver diritto a tutto questo solo perchè è un essere umano e nulla più.
Quando il viaggiatore entra a Guimarães, i lampioni sono accesi. La mattina seguente piove. Il tempo è incerto, pronto al sole quanto agli acquazzoni.
Oggi è tutto un giardino dai viali curati e dagli alberi rigogliosi.
Al viaggiatore hanno detto che Guimarães è la culla della nazionalità portoghese.
L'ha imparato a scuola, l'ha sentito nei discorsi di commemorazione varie, non gli mancano
quindi ragioni per incamminare i suoi primi passi verso il sacro poggio su cui si trova il castello.
Seduto su questa pietra che i piedi scalzi o calzati non hanno consumato, comprende tutto, o lo crede, e questo gli basta almeno per oggi.
Testi tratti da Josè Saramago - "Viaggio in Portogallo"